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Museo del Computer Newsletter n. 7 (Marzo 2017)

Museo del Computer - Via per Occhieppo 29 - 13891 Camburzano (BI) - www.museodelcomputer.org - info@museodelcomputer.org
Basta una firma di Alberto Rubinelli

Come già detto il mese scorso, questo è il periodo della presentazione delle dichiarazioni dei redditi – specialmente nei primi mesi dell’anno per i lavoratori dipendenti. Destinandoci il vostro 5×1000, ossia apponendo la firma nel riquadro apposito e scrivendo il nostro codice fiscale 94064520037, potete sostenere il Museo in modo importante senza alcun costo da parte vostra.

Immagino che in queste settimane sarete sottoposti ad un bombardamento mediatico da parte di tante organizzazioni non profit, da quelle di rione che vi mettono il volantino nella cassetta della posta a quelle internazionali che possono permettersi spot televisivi all’ora di punta. Perché scegliere di dare il vostro contributo a noi? Oltre a credere in quello che facciamo, nell’importanza di mantenere una storia della cultura informatica, pensate che ogni singolo centesimo che ci arriva viene investito nel Museo, dato che siamo tutti volontari e quindi non è prevista alcuna figura retribuita nella nostra Fondazione.

Vi chiediamo, per quanto vi sia possibile, di diffondere questa richiesta ad amici e parenti che pensate possano condividere questa idea. Il gettito del 5×1000 per ogni singolo contribuente è estremamente limitato, per cui questo strumento funziona solo se la base delle persone che decidono di supportarci è abbastanza estesa.

Inoltre, come potete facilmente immaginare, l’entrata del 5×1000 non è sufficiente a sostenere nemmeno una minima parte delle spese fisse del Museo, considerando anche che viene erogata dallo Stato almeno dopo tre anni dall’apposizione della vostra firma; per questo sono fondamentali le donazioni dirette, mediante bonifico o carta di credito, che potete effettuare online alla pagina donazioni.museo.computer, parzialmente detraibili nella successiva dichiarazione dei redditi.

ASSI supporta il Museo del Computer di Gianni Zardoni

Alcune settimane fa siamo stati contattati dai vertici della ASSI – Associazione Specialisti Sistemi Informativi di Bologna, che hanno espresso la volontà di supportare in modo attivo e concreto la nostra iniziativa; così, dopo una breve discussione, abbiamo accettato la loro proposta. La collaborazione è già attiva.
Le prime azioni sono state una donazione economica alla Fondazione e la presentazione del Museo del Computer sia nel sito web sia nella newsletter dell’associazione. Siamo al lavoro per definire le prossime attività, vi terremo informati.Fa molto piacere che una realtà come ASSI collabori con noi. Nata nel 1975 come “Club Dirigenti Centri Elettronici”, ha preso la denominazione attuale nel 1978 ed è un’associazione senza scopo di lucro finalizzata alla divulgazione, allo studio e in generale alla diffusione e condivisione della conoscenza in campo informatico. E’ pertanto molto affine al nostro DNA, e ci sono tutte le premesse per un lavoro vicendevolmente utile. Per chi volesse saperne di più: ASSI – Chi siamo
Un museo nel computer di Simone Gremmo

Il Museo ospita migliaia di sistemi informatici, ma chiunque voglia usare software per le macchine più svariate senza l’hardware originale può costruire nel proprio computer un museo personale di applicativi, sistemi operativi e giochi da eseguire grazie a programmi chiamati emulatori. Essi sono un preziosissimo strumento per eseguire software non utilizzabile in altro modo, magari perché la piattaforma che lo esegue è troppo rara o perché usare la macchina fisica sarebbe troppo scomodo.

E’ nel 1963 che IBM produsse i primi emulatori; erano destinati ai suoi computer della famiglia System/360, rendendoli retrocompatibili con software scritto per gli IBM 1400 o IBM 7094.

Al giorno d’oggi, con un emulatore è possibile per esempio accorciare i tempi di sviluppo di un programma per un sistema non-x86, semplicemente perché il sistema su cui lo si scrive e quello su cui lo si testa coincidono. Alcuni emulatori eccedono persino le prestazioni del sistema originale. Gli esempi sono numerosi.

WinUAE, grazie alla compilazione just-in-time, rende perfettamente utilizzabili prodotti come Imagine o Lightwave che per girare su un Amiga fisico necessiterebbero di schede acceleratrici ancora oggi costosissime. ePSXe, renderizzando le scene di gioco a risoluzioni arbitrarie e con gli effetti delle più moderne schede grafiche, rende i giochi più spettacolari rispetto alla vera Playstation. Dolphin e PPSSPP, che per il rendering usano le librerie grafiche Direct3D 9, forniscono un’esperienza ancora più estrema, consentendo a qualsiasi driver stereoscopico di visualizzare i giochi per GameCube, Wii o PSP (PlayStation Portable) su schermi 3D-ready o visori per la realtà virtuale. Hi65 esegue i programmi in BASIC 10 migliaia di volte più velocemente rispetto a un vero Commodore 65.

Scrivere un emulatore, o anche solo leggerne il sorgente, permette inoltre di comprendere meglio i dettagli di funzionamento di una certa piattaforma evitando di trovarsi, un giorno, ad avere programmi non più eseguibili perché il loro sistema è stato dimenticato. Se esiste interesse per la preservazione del vecchio software e hardware, possiamo dire grazie anche agli emulatori.

Vecchio non vuol dire inutile di Alberto Rubinelli

Il pensiero comune è che gli insediamenti produttivi che utilizzano le tecnologie più avanzate siano governati da macchine di ultima generazione, con prestazioni altissime e configurazioni al top della gamma. Invece ci sono veramente tante installazioni controllate da vecchi calcolatori, sia nel mondo dell’industria che in quello governativo e addirittura militare.

Nei giorni scorsi siamo stati contattati dall’ente che gestisce la maggior parte delle centrali nucleari nel Regno Unito per una richiesta di aiuto sui calcolatori Honeywell DPS6, da loro ancora utilizzati in alcuni siti. A quanto pare questi arzilli vecchietti sono ancora in funzione in diversi insediamenti britannici e si comportano anche bene, presentando solo guasti saltuari nel tempo. Chi li gestisce si sta preoccupando però per il futuro: ormai i ricambi per queste macchine si possono trovare solo nei musei, per giunta non sempre funzionanti, e questa situazione potrà solo peggiorare con l’avanzare degli anni.

La nostra collaborazione sarà volta non certo alla cessione di macchine o di parti di esse, ma al mantenimento in vita dei calcolatori attualmente in funzione e alla riparazione delle parti di ricambio che hanno presentato guasti col tempo; in questo modo vogliamo scongiurare il fermo macchina oggi e negli anni a venire, sino all’inevitabile dismissione. Non possiamo che augurare lunga vita a questi calcolatori, in funzione dalla fine degli anni ‘70 e che si avvicinano a festeggiare il mezzo secolo.

I newsgroup e la rete Usenet di Silvio Nisi

Uno dei primi servizi della Rete è rappresentato dai newsgroup, in italiano “gruppi di discussione”. Essi sono ancora presenti e usufruibili con i computer più datati; per questo ritengo possano interessare gli appassionati di retrocomputing.

I newsgroup si possono definire delle bacheche virtuali per condividere messaggi con lo scopo di discutere di un argomento. Quelli in lingua italiana vedono la nascita nel 1995, ma le origini del servizio risalgono al 1979 su rete Arpanet, la rete dalla quale nacque Internet. Per diversi anni sono stati lo strumento più usato per chi volesse confrontarsi su un tema; solo in seguito sono venuti i forum e infine i social network, tutti basati su pagine web.

In Italia, negli anni ’90, le modalità di connessione in termini di costi e larghezza di banda erano molto diversi da oggi e limitavano la possibilità di utilizzo della rete specialmente da casa. All’epoca infatti la connessione avveniva in dial-up, cioè con un modem analogico collegato alla linea telefonica, pagando il costo della telefonata. La velocità, a seconda del tipo di modem, poteva variare da 14,4 kb/s a 56 kb/s – cioè circa 400 volte minore di quella attuale di 20 Mb/s.

I messaggi dei newsgroup, di pochi kB, possono essere scaricati in locale sul proprio PC e letti in modalità offline come avviene per chi legge la posta elettronica con un client di posta. In pratica: ci si connetteva, si scaricavano le intestazioni dei messaggi, ci si disconnetteva, si selezionavano i messaggi di cui scaricare il testo, ci si riconnetteva e quindi  avveniva il download dei messaggi contrassegnati.

Quando si inserisce un nuovo messaggio, esso viene inviato ad uno dei tanti server della rete Usenet, i cosiddetti news server connessi e sincronizzati tra di loro in modo che tutti abbiano gli stessi contenuti allo stesso istante in tutto il mondo. Il protocollo utilizzato si chiama NNTP (Network News Transfer Protocol).

Per distinguere i vari gruppi di discussione, il nome di ciascuno di essi è preceduto da un prefisso chiamato gerarchia. I newsgroup in lingua italiana sono preceduti dal prefisso “it”; quindi, il newsgroup dove discutere di elettronica si chiamerà it.hobby.elettronica.

Se siete curiosi di accedere all’intero archivio dei messaggi potete andare alla pagina web di Google Groups, che nel 2010 ha comperato il sito Deja News, ma se volete entrare nella rete Usenet accedendo ad un news server potete utilizzare anche il vostro PC vecchio di una ventina d’anni; vi basterà un newsreader come Outlook Express. I nuovi utenti sono soprannominati newbie (new beginner).

Buon divertimento, rispettate la netiquette e attenzione ai troll!

Il gioiello nascosto dello stabilimento di Gianni Zardoni

Tra le strutture del capannone c’è un’opera d’arte impiantistica: il sistema di climatizzazione e controllo dell’umidità con tecnologia ad acqua polverizzata. Nato insieme allo stabilimento, permetteva il controllo accurato della temperatura e dell’umidità ambientale nelle campate dove veniva lavorata la lana, condizione necessaria per avere il filato di qualità.

L’impianto è costituito da una serie di stanze che occupano il fianco nord dello stabilimento, più le condutture di distribuzione nelle campate da servire. Siamo di fronte a un vero gioiello di archeologia industriale! Dimenticatevi i climatizzatori moderni; qui si tratta di combinare ventilatori, paratie mobili, filtri, zone di essicazione aria e zone di arricchimento dell’umidità tramite acqua polverizzata da ugelli alimentati con pompe ad alta pressione…

Il sistema è stato utilizzato fino alla chiusura dello stabilimento nel 2004 e ha subito un rinnovamento negli anni ‘90; attualmente necessiterebbe di un po’ di manutenzione per tornare operativo e al momento non si pensa di riattivarlo, sia per la complessità e il costo del restauro, sia perché il suo funzionamento richiederebbe una potenza spropositata rispetto ai climatizzatori moderni. La scelta che abbiamo fatto è di salvaguardarlo, senza alterare le stanze che lo costituiscono, a memoria della genialità e abilità dei progettisti e costruttori dell’epoca. Questo capolavoro è visitabile durante l’escursione al Museo.

Un tetto sopra la testa di Leo Moro

Il complesso del Museo comprende due capannoni, un’area abitativa e un’area amministrativa per uno sviluppo di circa 4000mq.

Il tetto, gioia e delizia dei manutentori, protegge dalle intemperie i nostri preziosi gioielli. Da quando ci siamo appropriati della struttura abbiamo dovuto sbrogliare non pochi grattacapi per rimetterla in condizioni di efficienza.

L’accumulo della sporcizia non permetteva il regolare deflusso dell’acqua piovana che si infilava tra le lastre della copertura e cadeva all’interno del capannone. Anni di abbandono e incuria avevano poi riempito le grondaie di detriti, foglie trasportate dal vento, noci e nocciole abbandonate dagli scoiattoli e altri resti organici portati da corvi e cornacchie che sostano sul tetto. Ora, grazie al servizio di ronda fatto dai nostri gatti Macchia e Bella, gli intrusi non bivaccano più. Abbiamo inoltre praticato diversi rattoppi per sanare le fessurazioni o addirittura buchi, utilizzando fogli di catrame e resine specifiche per questo tipo di utilizzo.

La struttura del tetto fu progettata intorno agli anni ‘60 con delle misure, delle pendenze, dei tubi e dei canali adatti a riparare il complesso dalle precipitazioni costanti – per intensità – di quel periodo. In questi ultimi cinquant’anni il clima è molto cambiato e noi stessi abbiamo osservato un curioso quanto all’inizio inspiegabile fenomeno: quello delle intense e rapide precipitazioni chiamate dai media “bombe d’acqua”. Ai giorni nostri si verificano questi scrosci di pioggia molto violenti della durata di qualche decina di minuti, che riversano all’istante una quantità d’acqua di gran lunga superiore a quella prevista all’epoca dai progettisti del tetto, mandando in crisi il complesso delle canalizzazioni che devono provvedere al deflusso

All’inizio non riuscivamo a capire quale fosse la causa del gocciolamento ma, con un’attenta analisi del problema, siamo giunti alla conclusione che solo una modifica sostanziale delle geometrie degli scarichi risolverà il problema alla radice. Per ora non ci resta che tanta pazienza e tanto lavoro di pulizia e verifica dei condotti.

In un futuro speriamo imminente è prevista la sostituzione completa della copertura con un complesso fotovoltaico: un progetto ambizioso, che necessita di un ingente capitale. Chissà se qualcuno tra i nostri lettori potrà venirci in aiuto?

Io e il computer di Fabrizio Oldrini

La prima volta che sono entrato in contatto, inconsapevolmente, con i computer è stato negli anni ’50. Un mio vicino di casa, il signor Frigerio, lavorava all’IBM in piazza Udine a Milano. Allora si usavano le schede perforate come supporto di memoria di massa, e lui ne aveva molte a casa; le usava per prendere appunti e per costruire dei giocattoli per suo figlio Gianvi. Erano la particolarità di casa Frigerio, ma io naturalmente non avevo idea di cosa fossero.
Crescendo, negli anni ’60, mi interessai molto alla scienza e alla ricerca spaziale, e lessi molti romanzi e fumetti di fantascienza. Ero inoltre riuscito a costruire il quadro di comando della mia astronave giocattolo con i pezzi di un gioco di costruzioni elettriche regalatomi da mio padre, che era un tecnico elettromeccanico. Tra le varie lampadine e i campanelli, c’era una torcia elettrica sul cui vetro avevo incollato della carta oleata dove avevo disegnato la silhouette di un razzo nemico: il mio primo display!

Su questo cruscotto avevo costruito anche un “computer” utilizzando una tavoletta di legno rettangolare. Ad un’estremità era attaccato, in verticale, un foglio di cartone bianco, mentre dall’altra parte c’era una matita la cui punta sfiorava la superficie del cartone ed era fissata orizzontalmente a metà su un perno verticale; all’estremità opposta della matita c’era un elastico fissato poi alla tavoletta. Allontanando la punta dal foglio di cartone, l’elastico si caricava e, quando la lasciavo libera, la matita ruotava velocemente e tracciava un segno sul foglio: la mia prima stampante! Il potere decisionale del mio computer consisteva nel lasciare un segno più o meno marcato.

Entrai in contatto con i primi veri computer quando facevo parte del gruppo spirituale degli Hare Krishna, nel 1977. Si trattava di macchine con sistema operativo CP/M e si cercava di usarle per tenere i conti della comunità.

Poi, nei primi anni ’80, entrò nel movimento Paolo Tofani, ex chitarrista degli Area. Molto “intrippato” d’elettronica, aveva nel suo studio un Tandy TRS-80 Model 1 smontato e una scheda Rockwell AIM 65 con display alfanumerico luminoso. Tofani possedeva la ROM per programmarlo in Assembler; ed io, per programmarlo in BASIC, trovai la ROM adatta presso una ditta in una frazione di Scandicci, non lontano dalla nostra sede di allora a San Casciano Val di Pesa. Così potei creare il mio primo programmino in BASIC in modo tale da ripetere in loop il mantra Hare Krishna, per lo stupore dei visitatori della festa della domenica.

La comunità aveva anche acquistato un Apple II perché un devoto nativo americano, di cui non ricordo il nome, creasse un programma di gestione dei conti. Quando passarono a macchine più avanzate, questo Apple arrivò a me che ero responsabile della sezione video di RKC, Radio Krishna Centrale. Volevo utilizzarlo per creare titoli video ma, non avendo a disposizione l’hardware e il software necessari, ci giocherellai con un programma di grafica 3D wireframe: grande stupore nel vedere questo piccolo universo virtuale verde in cui avevo creato scritte tridimensionali, riuscendo pure a “viaggiarci” intorno.

In seguito, smanettai su computer come lo Spectrum e l’MSX, ma i risultati non erano soddisfacenti. Cercavo di utilizzarli in campo video perché nel frattempo ero venuto a Milano e avevo trovato lavoro presso un’emittente televisiva (Rete A). La produzione video mi affascinava, tanto da crearmi a casa un piccolo studio, ma non avevo i programmi adatti perché ce n’erano pochi e costavano un sacco… e crearne uno in BASIC era troppo lungo e frustrante.

Alla fiera SMAU del 1986 la Commodore presentava l’Amiga 1000 e qualcuno me ne parlò bene, ma io ero ancora troppo incerto su cosa scegliere e fu così che arrivai a comprare il mio primo Amiga solo nel gennaio del 1988. Da quel momento mi si aprì lo strabiliante mondo dell’informatica in tutte le sue sfaccettature.


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